Rafanata

Informazioni
La rafanata appartiene a quella categoria di piatti popolari dalla preparazione semplice e veloce, non troppo diversa da quella di una comune frittata. Sono i suoi pochi ingredienti a renderla speciale: uova, patate, pecorino e rafano.
Proprio il rafano, da cui il piatto prende il nome, rappresenta l'elemento più sorprendente della ricetta, trattandosi di una radice più diffusa nelle tradizioni culinarie del Nord Italia e del Nord Europa. Conosciuto come "tartufo dei poveri", pare sia giunto in Basilicata grazie ai Normanni, e la popolazione del posto lo abbia apprezzato subito per la sua coltivazione facile, il costo contenuto e le importanti proprietà nutritive.
La quantità di rafano da utilizzare dipende dai gusti personali: noi consigliamo circa 100 g, misura che permette di esaltarne aroma e sapore senza sovrastare gli altri ingredienti del piatto.
Ancora oggi la rafanata rimane fortemente associata alle celebrazioni di Carnevale, e questa ricetta dalle origini remote continua a essere tramandata, cucinata e apprezzata da una generazione all'altra.
Procedimento
Iniziate dalla cottura delle patate: mettetele intere e con la buccia in una pentola con abbondante acqua fredda, portate a bollore e lasciatele cuocere finché non risultano ben morbide alla forchetta (il tempo varia in base alla grandezza dei tuberi, indicativamente 30-40 minuti). Scolatele con una schiumarola, così da poterle maneggiare più facilmente.
Mentre sono ancora calde, "questo passaggio è importante perché a caldo si lavorano meglio e assorbono meglio i sapori" passatele allo schiacciapatate direttamente in una ciotola capiente. Lasciate poi intiepidire il composto a temperatura ambiente.
Nel frattempo dedicatevi al rafano: eliminate la buccia con un pelapatate, proprio come fareste con una carota, e grattugiatelo finemente usando una grattugia a fori piccoli. Tenetelo da parte coperto, perché tende a ossidarsi e a perdere parte della sua carica aromatica se lasciato scoperto troppo a lungo.
In una seconda ciotola, sbattete le uova insieme al pecorino grattugiato e al rafano appena preparato; regolate di sale e di pepe secondo il vostro gusto. Lavorate il composto con una frusta a mano fino a ottenere un composto omogeneo e leggermente spumoso.
Versate questo composto sulle patate ormai intiepidite e amalgamate con cura usando un cucchiaio, fino a ottenere un impasto uniforme, senza grumi di patata troppo evidenti.
Per la cottura, scaldate in una padella antiaderente un paio di cucchiai d'olio extravergine d'oliva.
Versatevi l'impasto e livellatelo con il dorso di un cucchiaio, in modo da distribuirlo uniformemente su tutta la superficie della padella. Fate cuocere a fiamma vivace per 2-3 minuti, così da far rapprendere subito la base, poi abbassate al minimo, coprite con un coperchio e proseguite la cottura per circa 10 minuti: il vapore trattenuto aiuterà la rafanata a cuocere anche in superficie senza seccarsi.
Trascorso questo tempo, verificate che il fondo si stacchi facilmente dalla padella e che l'impasto sia sufficientemente compatto da reggere il capovolgimento: aiutandovi con il coperchio (o con un piatto piano più largo della padella), ribaltate la rafanata con un gesto deciso e fatela scivolare nuovamente in padella dal lato non cotto. Proseguite la cottura per altri 4-5 minuti, sempre a fiamma bassa, finché anche il secondo lato non risulterà dorato e leggermente croccante.
Una volta pronta, fatela scivolare su un piatto da portata, lasciatela intiepidire qualche minuto e tagliatela a fette come una torta. La rafanata è ottima sia servita calda appena fatta, sia a temperatura ambiente: proprio per questo è un piatto perfetto anche da preparare in anticipo per un buffet di Carnevale.
Un paio di varianti che ho trovato confrontando altre ricette, nel caso volessi arricchire il testo: c'è chi cuoce la rafanata al forno (180°C per 25-30 minuti) invece che in padella, chi aggiunge salsiccia o soppressata a pezzetti nell'impasto, e chi usa il tradizionale Canestrato di Moliterno al posto del pecorino generico. Fammi sapere se vuoi che integri uno di questi spunti.
Ingredienti
5 uova |
100 g di rafano |
350 g di patate |
100 g di pecorino |
olio extravergine di oliva |
sale |
pepe |
Conservazione
La rafanata si gusta al meglio appena preparata, ma si conserva senza problemi anche 2-3 giorni in frigorifero, avvolta in pellicola trasparente o riposta in un contenitore ermetico. Per riportarla al meglio, basta scaldarla per qualche minuto in padella (va bene anche il forno, se preferisci una ricetta più uniforme) prima di servirla di nuovo. La congelazione, invece, è sconsigliata: rischia di comprometterne consistenza e sapore.
Consiglio
Per un risultato ancora più dorato in superficie, puoi passare la rafanata sotto il grill del forno per un paio di minuti a fine cottura: basta tenerla d'occhio per evitare che scurisca troppo.
Video Ricetta
Curiosità
Nella versione più antica e tradizionale, la rafanata non veniva cotta in padella o al forno come oggi, ma direttamente sulla brace del camino, usando la tecnica del cosiddetto "foc sott e foc sop", cioè brace posizionata sia sotto sia sopra il tegame di terracotta. Questo procedimento creava una sorta di forno rudimentale che, oltre a garantire una cottura uniforme, regalava alla rafanata un caratteristico profumo affumicato, oggi in gran parte perduto con i metodi di cottura moderni.
Ad Aliano, in provincia di Matera, la rafanata fa parte del cosiddetto "trittico del Carnevale" insieme ai frizzuli (fusilli lucani lavorati con il ferretto) e alla salsiccia, a testimonianza di quanto questo piatto sia radicato nelle tradizioni popolari legate alle feste di fine inverno.
Il rafano è una radice dal sapore deciso, pungente e leggermente piccante, con quella nota acre che ricorda in parte quella della senape o del wasabi, anche se meno intensa. Si trova generalmente in vendita nei mesi freddi, da autunno inoltrato fino all'inizio della primavera, periodo che ne rappresenta la piena stagione di raccolta.
Oltre che nella rafanata, questa radice si presta benissimo alla preparazione di minestre e vellutate invernali: basta grattugiarne una piccola quantità e aggiungerla a fine cottura in una zuppa di legumi o in una crema di verdure, per dare un tocco pungente e aromatico che risveglia il palato. È perfetto anche unito a brodi di carne, dove il suo sapore intenso si sposa bene con la sostanziosità del piatto, oppure trasformato in una salsa cremosa (il celebre "cren", diffuso nelle cucine del Nord Italia) da accompagnare a bolliti e arrosti. Va sempre dosato con attenzione, perché anche piccole quantità sono sufficienti a caratterizzare in modo netto il gusto finale di una preparazione.